Recensione | The Good Doctor

Negli ultimi giorni, dato che ho sto passando la maggior parte del tempo rintanata in casa per via del freddo e dell’assenza di altre cose da fare, ho deciso di dare una chance al nuovo medical drama proposto dall’emittente americana ABC per questo 2017. E ne sono rimasta così piacevolmente colpita che ho deciso di prendermi un po’ di tempo per scrivere i miei pensieri a riguardo.

the-good-doctor-season-1-promotional-poster-the-good-doctor-40588348-729-1080The Good Doctor racconta di Shaun Murphy, un chirurgo specializzando dell’ospedale di San Jose, affetto da disturbi dello spettro autistico e con una mente a dir poco geniale, che gli permette di pensare al di fuori di ogni schema. La condizione di Shaun però non è facile: a causa dell’autismo, infatti, si ritrova a dover lottare in continuazione con i pregiudizi dei suoi colleghi e, a volte, anche con quelli dei suoi pazienti.

Confesso che, a primo impatto, la serie non mi ha entusiasmata più di tanto. Insomma, davvero c’era bisogno di un ulteriore medical drama in circolazione? Per questo ci ho impiegato più del dovuto ad iniziarla e un po’ me ne pento perché, proprio come accade ai colleghi di Shaun, avevo qualche pregiudizio.
La prima puntata scorre lenta, tra l’arrivo di Shaun a San Jose e i dubbi del consiglio di amministrazione dell’ospedale sulla sua assunzione. Se fosse stato qualunque altro medical drama, vi giuro che avrei lasciato perdere ma, per fortuna, c’era il fattore dell’autismo ed è stato proprio questo a spingermi a continuare la visione. E meno male che l’ho fatto, perché dalla seconda puntata in poi si crea quel mix perfetto tra medicina e drama che mi ha fatto rivalutare l’intera serie.

giphy1Come tutti gli altri prodotti dello stesso genere, ogni episodio è strutturato allo stesso modo: puntualmente ci troviamo di fronte al caso del giorno, cui si viene a capo entro la fine dell’episodio. La parte interessante della serie è come viene risolto e, soprattutto, come Shaun si relaziona sia ad esso che al paziente. Avendo infatti evidenti problemi ad interagire con gli altri e a captare le loro emozioni, non sempre la strada da lui intrapresa si rivelerà essere la migliore.

Vi risulterà impossibile non affezionarvi almeno un pochino a Shaun, così come al resto dei personaggi, compresi quelli dal carattere più ostico. Tra battute non afferrate e lacrime di commozione, questa è una serie tv che vi consiglio senza alcun dubbio.

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Recensione | Stranger Things

Già, alla fine ci sono arrivata anche io.
O, meglio, anche io sono finita in un viscido portale che ha finito per portarmi nel Sotto Sopra, proprio come è accaduto a diversi personaggi all’interno della serie tv in questione (e, per mia fortuna, non mi sono ancora imbattuta in nessuna spaventosa creatura). Avete capito di quale serie tv sto parlando? *rullo di tamburi ignorante* Esatto… Stranger Things!

7142jwaby2bl-_sl1024_Per chi non lo sapesse, la serie racconta di una fittizia città dell’Indiana, Hawkins, dove avvengono cose strane. Qualche esempio? Beh… c’è una strana breccia che conduce ad una versione cupa, senza vita umana e popolata da soli mostri identica al nostro mondo all’interno di un laboratorio segreto, c’è un bambino di nome Will Byers che scompare misteriosamente e, in modo altrettanto misterioso, c’è l’apparizione di una bambina dotata di poteri psichici di nome Eleven che è scappata dal già nominato in precedenza laboratorio segreto. Possono bastarvi queste informazioni per farvi un’idea?

Okay, lo so.
Detta così, la serie tv sembra davvero una schifezza (è che non avevo voglia di raccontarvi cosa accade in maniera seria, abbiate pazienza). Ma vi giuro che non è assolutamente così. Anzi, Stranger Things è tanta roba.

Innanzi tutto, l’ambientazione.
Siamo negli anni ottanta e già solo questo dovrebbe farvi venire voglia di iniziarla. Avanti, chi non ha nostalgia di epoche mai vissute in vita sua? E se tra voi che state leggendo c’è qualcuno che ha vissuto in quegli anni, sappiate che vi invidio e che guardare Stranger Things è un ottimo modo per riviverli. Niente telefoni cellulari, Dungeons & Dragons, i film di Steven Spielberg al suo apice, Ghostbusters, le vecchie macchine fotografiche e le camere oscure in cui sviluppare i propri scatti, musica dance (e trash) che ora ascolto ogni volta che faccio la doccia.
E poi il genere.
Fantascienza, horror, fantasy e thriller. Il meglio di tutti i mondi, concordate con me? Per gli amanti del genere, inoltre, ci sono tantissimi riferimenti che omaggiano i film di fantascienza degli anni ottanta e che non potete assolutamente perdervi per nessuna ragione al mondo.

Un’altra cosa per cui vale la pena guardarla è senza dubbio la colonna sonora.
Oltre alla sigla (potete ascoltarla cliccando sul video qui sopra), che già di per sé è un piccolo gioiellino, le vicende raccontate sono arricchite da musiche create apposta per la serie tv (se siete utenti Spotify, potete facilmente trovarle digitando “Stranger Things” nella barra di ricerca e fate attenzione all’easter egg nascosto dietro l’angolo, altrimenti vi piglia un colpo come è successo a me), che vi faranno accapponare la pelle per la loro bellezza e per la loro capacità di coinvolgervi in ogni situazione cui vi troverete dinanzi, e da canzoni che in quegli anni hanno trovato la propria fortuna, di cui ne è esempio lampante Should I Stay or Should I Go dei The Clash, ripresa più volte durante l’intera serie.

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Altra cosa importante e da non prendere sotto gamba sono i personaggi.
Escludendo i personaggi di Joyce Byers e Jim Hopper (rispettivamente interpretati da Winona Ryder e David Harbour), gli unici adulti che figurano tra i personaggi principali della serie, gli altri sono tutti estremamente giovani ed estremamente bravi. Non hanno davvero nulla da invidiare a quelli più attempati e conosciuti, anzi. Come non rimanere sbalorditi di fronte alle assurde capacità interpretative di Millie Bobby Brown (Eleven) o di Noah Schnapp (Will)? Come non provare empatia nei confronti dei sentimenti trasparenti, ma allo stesso tempo contrastanti, espressi magistralmente da Finn Wolfhard (Mike)? E come non ridere per la buffa caratterizzazione che Gaten Matarazzo (Dustin) è riuscito a dare al suo personaggio? Questi ragazzini saranno in grado di prendere le vostre emozioni e di giocarci a loro piacimento, facendovi divertire, ridere, intenerire, arrabbiare e, perché no, versare anche più di qualche lacrima.

Prima di concludere, vi lascio un avvertimento che farete bene a tenere a mente: Stranger Things è una droga. Sappiate che, iniziata la prima puntata, davanti a voi si aprirà un tunnel oscuro, infinito e senza uscita alcuna, il quale non farà che attrarvi sempre e sempre di più e, quando finalmente vi renderete conto di ciò che vi sta succedendo, per voi sarà già troppo tardi e ogni tentativo di salvarvi sarà del tutto inutile, soprattutto considerando che a quel punto vi sarete già divorati entrambe le stagioni disponibili e accuserete i primi sintomi di astinenza in attesa dell’uscita della terza. Senza che ve ne accorgiate, comincerete a pensare ai Demogorgoni ogni volta che una lampadina vicina a voi sfarfalla e inizierete ad essere convinti di possedere poteri psichici come Eleven. E, siccome “Friends don’t lie” (ed io sono vostra amica!), sappiate anche che non sto parlando per sentito dire, ma perché sto vivendo quest’esperienza in prima persona sulla mia pelle.

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Buona visione e non osate dire che non eravate stati avvisati nel momento in cui tutto ciò che avete appena letto inizierà a manifestarsi anche per voi.

 

Recensione | L’Albero Storto (Ediz. illustrata)

Buon tardo pomeriggio!

Anche oggi eccomi tra voi. E lo faccio con un nuova recensione di un libro che non ho nemmeno realizzato di aver letto quando l’ho fatto (capirete perché andando avanti nella lettura del post), ma che ho ovviamente letto, altrimenti non sarei qui a scrivere la mia recensione.

Okay, bene.
Dopo questo inutile sproloquio, passiamo alle cose interessanti.

 

91xlbfs9r5lTitolo: L’albero storto (edizione illustrata)
Autore: Chris Colfer
Pagine: 32
Editore: Rizzoli
Trama: C’era una volta una bambina infelice perché gli altri bambini la prendevano in giro per come parlava, come si vestiva e perché la giudicavano “strana”. Un giorno scappò nel bosco dove vide un albero che non aveva mai visto prima: le radici erano tortuose, il tronco curvo e i rami arrotolati verso il cielo. Altra stranezza: questo albero parlava, e sapeva ascoltare. Stando insieme a lui, la bambina imparò che ogni creatura è unica, e questa unicità è qualcosa da onorare, e non da deridere.

Recensione:
Dopo un po’ di tempo, torno finalmente nel mio universo preferito: la Terra delle Storie. E lo faccio con questo piccolo libricino, che non altro che uno spin-off della serie originale.
La storia dell’albero storto viene ripresa dal primo libro della serie de La Terra delle Storie (cliccate qui se volete saperne di più) ed è senza dubbio un libro più adatto ad un pubblico di bambini, per via delle meravigliose illustrazioni di Brandon Dorman a tutta pagina e delle pochissime righe di parole ad accompagnare ognuna di esse (ecco, ora sapete perché non ho avuto l’impressione di leggerlo mentre, in realtà e come già detto, è una cosa che ho fatto). Non per questo, però, non mi è piaciuto. Anzi, l’ho trovato davvero molto piacevole in quei dieci minuti in cui l’ho letto.
Il linguaggio è semplice e diretto, senza troppi giri di parole, in maniera che anche i lettori più piccoli possano comprendere la morale contenuta nella storia: siamo individui unici ed è proprio questa unicità a renderci ciò che siamo, quindi dobbiamo esaltarla e non deriderla.

Voto: ★★★★

In caso siate interessati all’acquisto, potete trovarlo su Amazon per 10,50€.

Recensione | The Handmaid’s Tale

Ciao a tutti! Come state?
Io tutto bene, grazie per l’interessamento (di nessuno). Sono tornata ad essere disoccupata (e al momento non mi dispiace, almeno non dopo la stagione appena conclusa) e ne approfitto per parlarvi di tutto ciò di cui volevo parlarvi durante questi ultimi mesi e che ho sempre rimandato per un motivo o per l’altro.

Cominciamo subito col primo (e anche unico) argomento di questo post, ovvero la serie tv The Handmaid’s Tale, che ha creato non poco scalpore tra il pubblico da quando è uscita lo scorso aprile. Ma sono certa che questo l’abbiate sentito anche voi.

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La serie racconta della società di Gilead, un tempo nota come Stati Uniti d’America, che è governata da un regime misogino ed estremista che auspica un ritorno ai valori tradizionali della società. A capo di Gilead c’è un’élite di potere che schiavizza le poche donne fertili rimaste per tentare di ripopolare il mondo. Difred, una delle ancelle del Comandante Waterford, cerca di sopravvivere alla crudeltà della società in cui vive e al tempo stesso ritrovare la figlia perduta.
Ecco, confesso che soltanto a leggere la trama, il giorno in cui ho deciso di iniziarla (sotto consiglio di un’amica e della moglie di uno dei miei cugini), ho avuto i brividi. Soprattutto per quanto riguarda le parti “regime misogino ed estremista” e “schiavizza le poche donne fertili rimaste per tentare di ripopolare il mondo”. Nella mia visione del mondo e nelle mie idee, questi sono senza dubbio tra i peggiori scenari che potrebbero mai avverarsi e pensare che qualcuno abbia pensato di renderlo “reale” attraverso una distopia mi ha spaventata e non poco.
Ma andiamo avanti e scendiamo ancora più nei dettagli.

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L’intera storia è raccontata dal punto di vista di Difred (Offred nella versione originale), che ci racconta della sua vita come ancella, senza risparmiare alcun dettaglio, nemmeno all’inizio della storia. Perché The Handmaid’s Tale vuole far leva sulla paura e sulla parte macabra delle vicende per impressionare lo spettatore e portarlo a realizzare che, forse, la realtà raccontata non è poi così distante dalla nostra: donne schiavizzate col solo fine della riproduzione, mutilate e/o punite per aver infranto qualche stupida e inutile regola; oppositori del sistema e omosessuali puniti con l’impiccagione, i cui corpi restano, incappucciati, appesi ad un muro in bella vista come simbolo del “Comportati bene o la prossima volta potresti essere tu quello attaccato quassù”.

“Ora vedo davvero il mondo.
Prima dormivamo e così è accaduto: quando hanno attaccato il Congresso non ci siamo svegliati; quando hanno incolpato i terroristi, sospeso la Costituzione… Non ci siamo svegliati. È temporaneo, dicevano.
Niente cambia all’istante: in una vasca che si scalda di colpo finiremmo bolliti vivi.”

Confesso che la prima puntata mi ha letteralmente lasciata senza parole. Così come tutto il resto della serie a ruota. La fotografia è forte e potente, i dialoghi (soprattutto quelli fuori campo) sono incisivi e scavano qualcosa dentro lo spettatore, le musiche si alternano tra vecchie e nuove, ancora una volta per rimarcare l’idea che tutto quello a cui si assiste potrebbe benissimo essere dietro l’angolo più prossimo.

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Una delle cose più spiazzanti dell’intera serie è, senza dubbio, il rituale che accompagna l’unico fine per il quale esistono le ancelle, che come già detto è la riproduzione. Una volta al mese, il padrone della casa presso cui sono assegnate ha un rapporto sessuale con loro, nella speranza di dar inizio ad una gravidanza. E tutto questo avviene sotto gli occhi della moglie, che assiste al rapporto tenendo i polsi dell’ancella con le proprie mani e la testa tra le proprie gambe, a ricordo di un passaggio contenuto della Bibbia e che viene letto dal padrone di casa per dare inizio al rituale.

Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, altrimenti muoio».
Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: «Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?».
Allora ella disse: «Ecco la mia serva Bilha.. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo».
(Genesi 30; 1-3)

I personaggi, partendo dalla protagonista, sono tutti ben definiti e ben caratterizzati. Emergono pian piano nel corso della storia, rendendosi perfettamente in grado di lasciare un segno della loro presenza, sia che esso sia positivo, sia che esso sia negativo: Elisabeth Moss, volto della protagonista, è fenomenale e non c’è emozione che non trovi spazio tra i lineamenti del suo viso; Joseph Fiennes, volto del Comandante Waterford, risulta essere così viscido e subdolo come pochi sono in grado di fare solo recitando; Samira Wiley (che personalmente adoro e conosco grazie ad Orange is the New Black), volto di Moira, riesce a spezzare la tensione con i suoi modi di fare, non sempre proprio principeschi, e con le sue battute, regalando un attimo di respiro e leggerezza, anche quando il suo personaggio non se la passa proprio alla meglio.

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L’unica cosa che forse non ho apprezzato e che a mio parere è stata poco approfondita è il rapporto che viene a crearsi tra Nick e Difred. Fin dall’inizio è facile comprendere dove la loro conoscenza voglia andare a parare, ma sono dell’idea che il tutto sia stato preso un po’ sottogamba: Nick e Difred si trovano in mezzo a tutto il casino che è la società di Gilead e, in pochissimo tempo, diventano l’uno l’ancora dell’altra. E questa cosa, almeno per me, ha faticato ad emergere, fatta eccezione per alcuni sporadici momenti. Trovo che siano stati trattati come una qualunque coppia di una qualunque serie televisiva, sprecando la maggior parte del loro potenziale, quando sono molto di più. E non importa se alla fine lui la salva, facendola portare via dalla casa dei Waterford, perché è una cosa che si capisce e che non si capisce allo stesso tempo e che mi ha lasciato non pochi interrogativi.


E voi? L’avete vista?
Se non l’avete fatto, sappiate che ve la consiglio sentitamente, anche perché è mille volte meglio di quanto io sia riuscita a descriverla attraverso le mie parole.
Solo vedendola con i propri occhi si può capire quanto sia potente, ve lo assicuro.

Recensione | The Sidhe

Buona domenica, carissimi!
Oggi mi trovo qui con una recensione alla quale ho pensato davvero a lungo, dato che non riuscivo a trovare dentro di me le parole giuste con cui esprimere quello che il libro in questione mi ha lasciato durante la lettura. Spero con tutto il cuore che le parole che troverete più sotto vi aiutino a comprendere almeno in minima parte ciò che questo libro ha creato dentro di me, senza che vi spaventiate troppo.

25446799Titolo: The Sidhe
Autore: Charlotte Ashe
Pagine: 442
Editore: Interlude Press
Trama: Fin dalla sua infanzia, Brieden Lethiscir ha sempre ammirato gli Sidhe, i magnifici e magici esseri nativi del mondo delle Faerie al di fuori di Villalu. Anche se è cresciuto in una cultura che accetta gli Sidhe come schiavi dell’élite di Villalu, Brieden vi si oppone quando diventa assistente del principe Dronyen, il quale è crudelmente abusivo nei confronti del suo schiavo sidhe, Sehrys. Incantato dalla bella e misteriosa creatura, Brieden promette di liberare Sehrys e di riportarlo a casa. Mentre scappano dalla capitale e compiono un insidioso viaggio verso Il Confine, Brieden e Sehrys diventano sempre più intimi. Brieden presto imparerà il vero potere degli Sidhe e che il mondo che credeva di conoscere non è ciò che sembra. Se sopravviveranno fino al Confine, dovrà infatti compiere una scelta: l’amore della sua vita o il destino del suo mondo?

Recensione:
Ho terminato di leggere questo libro una settimana fa e, ancora, stento a trovare un degno successore come mia prossima lettura. Direi che questo dovrebbe dirvela lunga su quanto io abbia apprezzato questo libro.
The Sidhe nasce come fan fiction sulla coppia gay formata da Kurt e Blaine di Glee nel lontano 2011 ed è, per quanto ne so, una delle fan fiction più conosciute e più amate dai fan della coppia, me stessa compresa. Soltanto che io l’ho scoperta con anni di ritardo, quando ho finalmente deciso di dare un’opportunità alla serie tv (se volete sapere cosa ne penso, andate qui). Ed è così che ho conosciuto The Sidhe, come una bella fan fiction che mi ha presa e trascinata nel suo mondo senza che io le dessi il consenso. Ma è così che succede con le cose belle, giusto?
Una volta terminata la lettura della fan fiction, facendo ricerche, ho poi scoperto che, con le giuste modifiche, la fan fiction era diventata un libro e che questo libro era stato pubblicato, per cui mi sono armata di computer, sono andata alla ricerca di tale versione della storia e sono riuscita a reperirla. Ho lasciato trascorrere alcuni mesi tra la lettura delle due versioni, in modo da non leggere quasi la stessa cosa di seguito, ed ora eccomi finalmente qui a parlarvene.

Brieden (Blaine) e Sehrys (Kurt) non potrebbero essere più diversi: il primo è umano, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, ed una durata di vita nella media; l’altro è uno Sidhe, un essere di una bellezza rara, dalla pelle chiara e le orecchie a punta, dotato di magia e con un’aspettativa di vita che va ben oltre quella di qualunque umano. Le loro anime però sono legate tra loro in ogni modo possibile, rendendoli ciò che noi definiamo come anime gemelle. Ed è questo il pilastro fondamentale su cui si basa l’intero libro: l’innegabile fatto che, nonostante le differenze tra loro, nonostante le differenze tra i loro mondi, nonostante tutte le persone che si mettono tra loro, Brieden e Sehrys sono destinati a stare insieme. Per cui sì, The Sidhe è principalmente una storia d’amore, con tanto di scene di sesso ampiamente descritte senza alcuna vergogna o tabù. In un mondo che non ci vede nulla di male nella schiavitù e nell’abuso fisico e psicologico degli Sidhe da parte degli umani, Brieden e Sehrys si ritrovano a compiere insieme un viaggio da un capo all’altro del mondo conosciuto, che permetterà loro di conoscersi a vicenda e di conoscere se stessi, di imparare a fidarsi l’uno dell’altro e di innamorarsi in maniera così profonda che quasi sembrerebbe siano abituati a farlo in ognuna delle loro vite che hanno vissuto. Le emozioni dei personaggi affiorano durante la lettura e trasudano da ogni singola parola, invitando inconsciamente il lettore a prendere posto in prima fila per un giro sulle montagne russe in compagnia dei vostri sentimenti.
E, se le cose si limitano a questo nella fan fiction (che, fidatevi, non è poco), nel libro è stata aggiunta quella che è una vera e propria trama secondaria, che mostra cosa succede nel resto del mondo dopo che Brieden e Sehrys intraprendono il loro viaggio, che porta con sé nuovi e originali personaggi, che porta con sé più misteri e più complotti, che stuzzica ancora di più la voglia di sapere del lettore e ha portato con sé la possibilità di proseguire la storia con un secondo libro, intitolato The King and The Criminal, che non vedo l’ora di leggere (anche se, sicuramente, lo farò tra un bel po’ di tempo, in modo da godermi la lettura nel miglior modo possibile).

Voto: ★★★★★

In caso foste interessati, potete acquistare il libro su Amazon (esiste sono in lingua inglese) per € 15,82.

Recensione | Shadowhunters – Il Codice

Buona domenica pomeriggio a tutti quanti, miei dolci lettori! ❤
Dopo la pesante settimana che si sta apprestando a concludersi con questa nuvolosa giornata, eccomi tornata da voi con una nuova recensione. Siamo ancora una volta all’interno dell’universo di Shadownunters, creato da Cassandra Clare, nel quale andrei molto volentieri a vivere, se solo si potesse fare.

512vgf-s1ilTitolo: Shadowhunters – Il Codice
Autore: Cassandra Clare & Joshua Lewis
Pagine: 312
Editore: Mondadori
Trama: “Il Codice” è il manuale che viene tramandato di generazione in generazione ai nuovi Shadowhunters, destinati a combattere i demoni, a proteggere i mondani e a controllare il complicato mondo dei Nascosti. Quali sono gli strumenti necessari a svolgere la loro missione? Quali le armi, gli equipaggiamenti, le tecniche di combattimento, gli Strumenti Mortali? Come riconoscere i Demoni e i Nascosti? In che modo utilizzare le rune?

Recensione:

“Benvenuto e congratulazioni. Sei stato scelto per diventare uno dei Nephilim. Presto, sempre che tu non l’abbia già fatto, berrai dalla Coppa Mortale, ricevendo in te il sangue degli angeli, e diventerai uno degli Shadowhunters, così chiamati dal fondatore del nostro ordine. Noi siamo perennemente dediti alla lotta contro le forze dell’oscurità che insidiano il nostro mondo. Inoltre, conserviamo la pace nel Mondo delle Ombre – le società occulte di magia e le creature magiche plasmate dai demoni contro cui lottiamo – e lo teniamo celato a quello dei mondani. E d’ora in poi questo sarà anche il tuo compito. Sarai un protettore, un difensore, un cavaliere nel nome degli angeli. Sarai addestrato a combattere i demoni, a proteggere i mondani, a interagire con il complesso panorama dei Nascosti – lupi mannari, vampiri e simili – in cui ti imbatterai. La tua sarà una vita spesa alla ricerca dell’angelico contrapposto al demoniaco. E quando morirai, morirai con gloria.”

Dopo la fine di Città di Cenere, mi sono trovata di fronte ad un bivio: avevo bisogno di leggere qualcosa per staccare dalla saga di The Mortal Instrument, eppure non volevo allontanarmi in maniera netta dal mondo di Shadownunters, per cui ho deciso di buttarmi nella lettura del Codice.
Come si evince dal titolo, il libro in questione è un vero e proprio codice per gli Shadowhunter, in cui spiega la loro missione, i loro usi e costumi e i punti cardine della loro cultura. Il libro si rivolge al lettore come se fosse prossimo ad entrare nei ranghi dei cacciatori di demoni, coinvolgendolo fin dalle prime pagine. Ovviamente c’è qualche parte un po’ più noiosa rispetto alle altre, ma nulla di davvero allarmante. Diviso in capitoli, mostra una panoramica completa sul mondo degli Shadowhunters, con approfondimenti utili a comprendere come funziona quel mondo e di quali tradizioni si serve. È come un manuale delle Giovani Marmotte per Shadowhunters, in pratica.

Voto: ★★★ e ½

In caso foste interessati, potete acquistarlo su Amazon per 12,75€.

 

Recensione | Shadowhunters – Città di Cenere

Buon pomeriggio a tutti!
Per vostra immensa gioia (quindi quella di nessuno, lol) sono ancora qui, caparbia come sempre, a raccontarvi di ciò che ho finito da poco di leggere. Senza perdere altro tempo, passo subito alla parte interessante di questo post.

Città_di_cenereTitolo: Shadowhunters – Città di Cenere
Autore: Cassandra Clare
Pagine: 467
Editore: Mondadori
Trama: Clary Fray vorrebbe soltanto che qualcuno le restituisse la sua vecchia, normalissima, vita. Ma non c’è niente di normale nella sua vita se può vedere licantropi, vampiri e altri Nascosti, se sua madre è in un coma magicamente indotto e lei scopre di essere uno Shadowhunter, un cacciatore di demoni. Se Clary si lasciasse il mondo dei Cacciatori alle spalle avrebbe più tempo per Simon (forse più di un amico ormai). Ma è il mondo dei Cacciatori che non è disposto a lasciar andare lei, soprattutto Jace, il suo affascinante, permaloso fratello appena ritrovato. Per Clary l’unico modo di salvare la madre è inseguire Valentine, il cacciatore ribelle, che è probabilmente pazzo, sicuramente malvagio e anche, purtroppo, suo padre. A complicare le cose a New York si moltiplicano gli omicidi dei figli dei Nascosti. E la città diventa sempre più pericolosa, anche per uno Shadowhunter come Clary.

Recensione:
Dopo il rapporto un po’ meh (se volete saperne di più, vi invito a leggere la mia recensione) con Città di Ossa, eccomi qua a riprovarci di nuovo con la saga di Shadowhunters. E sono parecchio soddisfatta di aver dato a questi libri una seconda occasione.
I fatti riprendono da dove terminava il primo romanzo ma, nonostante questo, confesso di aver fatto un po’ di fatica a capire dove fossimo rimasti, questo perché seguo la serie TV (che si è parecchio distaccata dai libri ed è oltretutto più avanti nelle vicende) e oltretutto ho iniziato il libro mentre stavo facendo un rewatch di entrambe le stagioni. Passato questo momento di disorientamento iniziale, poi tutto è filato liscio come l’olio.
Esattamente come credevo (e come mi ero augurata alla fine dell’altro libro), la narrazione si allarga e va ad includere sia nuovi personaggi, sia vecchi personaggi che in precedenza erano rimasti decisamente sullo sfondo. Rispetto a Città di Ossa, non abbiamo quasi solo ed esclusivamente il punto di vista di Clary, ma una rosa di punti di vista differenti, con vicende che si intrecciano e si scontrano le une alle altre.
Accadono tante cose in rapida successione e le pagine, sotto ai miei occhi, si susseguivano velocemente e senza che me ne rendessi realmente conto. E delle tante cose che succedono, ci tengo particolarmente a citarne due, una negativa ed una negativa. Per quanto riguarda quest’ultima, non ho per niente apprezzato la testardaggine e l’insistenza di Jace nel voler intrattenere a tutti i costi un legame di tipo amoroso con Clary, nonostante la “scoperta” di essere fratello e sorella… Capisco il sentimento provato, capisco tutto quanto, ma TE DICO FERMATE. La cosa positiva, invece, sono senz’alcun dubbio i Malec: se nella serie TV mi hanno regalato delle gioie, qua nel libro mi hanno letteralmente blessata di gioie con i loro piccoli momenti. Che poi, in realtà, tra loro avviene poco e niente di concreto ma i dialoghi, gli sguardi, i particolari (primo su tutti Alec che ha le chiavi dell’appartamento di Magnus) e i sottintesi tra loro mi hanno fatto esplodere il cuore e sciogliere come un cubetto di ghiaccio sul termosifone.

In conclusione, non so se sia stato il fatto che stavo facendo un rewatch della serie, il fatto che ho comprato i libri in versione cartacea o il fatto che questo libro sia effettivamente migliore rispetto al precedente, ma mi è piaciuto davvero parecchio.

Voto: ★★★★

In caso siate interessati, potete comodamente acquistare il libro da Amazon.

Recensione | The Night Shift

Ciao a tutti!
Quest’oggi, mi trovo qui sul blog per parlarvi di una serie TV che seguo da alcuni anni e che personalmente adoro in maniera davvero assurda. Sto parlando di The Night Shift, medical drama composto da quattro stagioni (complete) e in onda dal 2014 sul canale americano NBC.

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Sì, okay… Esistono un’infinità di medical drama. Eppure, The Night Shift è completamente diversa da tutte le altri che ho visto o che ho provato a vedere. Mi spiego meglio.

Prima di tutto, l’ambientazione non è tutto l’ospedale, ma il pronto soccorso del fittizio Sant’Antonio Memorial Hospital, in Texas. E questo, a mio parere, è molto meno dispersivo perché sappiamo sempre dove siamo e quali attrezzature hanno a disposizioni i medici e gli infermieri che vediamo in azione. Ci sono comunque delle eccezioni, come le sale operatorie situate ovviamente nel reparto di chirurgia.

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Un’altra cosa che rende The Night Shift diversa da tutti gli altri medical drama, sono i rapporti tra i personaggi. Nel corso delle varie puntate, troviamo l’amore, l’odio, la simpatia tra i vari medici ed infermieri, ma la serie TV non è costruita solo su questo come mi è capitato di vedere in altre. I rapporti tra i personaggi rimangono sullo sfondo e non risultano invadenti, facendo così spiccare la parte medica del prodotto. Insomma, la serie non si limita ad essere un insieme di citazioni ad effetto e musiche strappalacrime.

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Last but not least, i vari casi che vengono affrontati di settimana in settimana: alcuni sono forti e difficili da dimenticare, altri sono più leggeri e cinque minuti dopo che hai concluso la puntata già non li ricordi più, ma non è questo il punto. Infatti i casi sono sempre collegati al background personale di qualcuno e, grazie a questo, viene sempre messa in risalto la parte umana dei personaggi. A volte si lasciano coinvolgere troppo e altre volte rimangono fin troppo distaccati; a volte le loro idee politiche e religiose offuscano per buona parte della puntata il loro giudizio ma, alla fine, trovano sempre la luce in fondo al tunnel.

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Spero sinceramente che quanto detto vi abbia convinto a dare una chance a questa serie TV, perché è davvero poco conosciuta qui in Italia e perché, a mio parere, merita molto più di altri medical drama che ci hanno propinato nel corso degli anni.

Recensione | Matched

Salve carissimi!
Finalmente è di nuovo domenica (l’unico mio giorno libero da quando ho cominciato a lavorare), per cui ne approfitto e colgo subito l’occasione per parlavi della mia ultima lettura conclusa giusto ieri pomeriggio, con tanto di pattern molto più serio e sensato per la mia recensione.

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Titolo: Matched
Autore: Ally Connie
Pagine: 350
Editore: Fazi Editore
Trama: Cassia non ha mai avuto dubbi: la Società sceglierà sempre il meglio per lei. Cosa leggere, cosa amare. In cosa credere. E quando il volto di Xander appare sullo schermo dell’Abbinamento, il sistema che unisce individui geneticamente compatibili per creare coppie perfette, Cassia non ha incertezze: è lui il suo Promesso, il ragazzo giusto per lei. La sua gioia, tuttavia, non durerà a lungo: un malfunzionamento del Sistema le mostrerà il volto di un’altra persona, proprio prima che lo schermo si oscuri, qualcuno che lei conosce, Ky Markham. La Società le comunica che si è trattato di un errore tecnico, cosa rara in un mondo in cui le sviste non sono ammesse, ma Cassia non può impedirsi di pensare a lui, d’incontrare il volto del ragazzo in ogni suo sogno, in ogni suo pensiero. E una domanda, la più proibita e pericolosa, inizia a farsi strada: e se non fosse lei a essere sbagliata? Se fosse Ky il suo vero Promesso? Quale sarà la scelta di Cassia? Tra Xander e Ky, tra un amore obbligato e un amore che è il simbolo stesso della ribellione, chi avrà la forza di scegliere?

Recensione:
Finalmente torno al mio genere preferito di letture, gli young adult. Avevo questo libro nella mia reading list da qualche anno ormai e verso l’inizio del mese scorso, sfogliando tra i libri disponibili nel mio Kobo, ho sentito che era arrivato il momento giusto per iniziarlo. E l’ho fatto senza troppe aspettative perché, dopo libri come Divergent e seguiti, che mi hanno letteralmente rapito il cuore, non contavo di trovare un’ulteriore distopia interessante in così poco tempo. Nonostante ciò, col procedere nella lettura mi sono dovuta ricredere perché più andavo avanti e più mi sentivo intrigata da tutte le questioni che venivano tirate in ballo, nessuna delle quali è affrettata o buttata al vento tanto per scrivere qualcosa in un momento morto della narrazione. E la narrazione procede lenta, ma allo stesso tempo rapida: ogni avvenimento ne innesca automaticamente un altro, senza lasciare al lettore la possibilità di prendere una boccata d’aria fresca prima di buttarsi a capofitto in quello successivo; eppure ad ogni cosa viene dato il giusto tempo, in modo da non trovarsi a dire “bello, ma accade tutto troppo velocemente”.
Tra i personaggi, fatta eccezione per Cassia, dal cui punto di vista sono raccontate le vicende, emerge senza alcun dubbio la figura di Ky, ragazzo dal passato misterioso e piuttosto turbolento, che potrebbe eccellere in qualunque cosa ma che preferisce rimanere nella media per non dare più di tanto nell’occhio. Quando lo incontriamo la prima volta, la sua storia è un’enorme incognita e solo col tempo ci verrà svelata a piccole dosi, grazie a dei disegni fatti su tovaglioli di carta che Ky consegna a Cassia di tanto in tanto durante le loro escursioni nel bosco. E, credetemi, se vi dico che finirete per innamorarvi anche voi di Ky attraverso gli occhi di Cassia proprio come, direbbe Jonh Green, ci si addormenta: prima piano piano e poi tutto in una volta. Perché è così che Ky e Cassia si scoprono innamorati dell’altro, senza alcuna fretta o pressione, tra versi di poesie dimenticate da secoli e lettere in corsivo tracciate nel fango del sottobosco lontano da tutto e tutti.
Dal canto suo, Cassia è un personaggio particolare: quando le vicende cominciano, ha infatti tutte le parvenze della perfetta Mary Sue da distopia young adult e solo la visione del volto di Ky, insieme alla poesia di cui le fa regalo suo Nonno in punto di morte (Non andartene docile in quella buona notte di Dylan Thomas), sblocca qualcosa in lei, rendendola molto più reale e umana di ciò che sembra all’inizio. E da quel momento, Cassia non se ne va docile di fronte a nulla, ragione su ciò che vede e su ciò che sente, anche quando la posta in gioco è estremamente alta.

Come spero abbiate compreso da questa mia recensione, il libro mi ha decisamente stupita in positivo e, senza alcun dubbio, presto leggerò anche gli altri due volumi che lo seguono e che, insieme a questo, compongono la trilogia Matched, ovvero Crossed e Reached.

Voto: ★★★★

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Recensione | The Land of Stories – Worlds Collide

Ditemi un po’, fate per caso parte di quella percentuale di popolazione che ritiene impossibile amare alla follia un libro dalla prima all’ultima parola? Beh, sappiate che vi facevo parte anche io… Ma poi ho letto The Land of Stories – Worlds Collide e mi sono dovuta ricredere.

61xzq7t8fjl-_sx357_bo1204203200_Le vicende riprendono esattamente dal punto in cui si erano interrotte nel libro precedente: Alex, succube della maledizione inflittale da Morina e dalle altre streghe, scompare insieme all’intero bagno dell’ospedale e riappare magicamente vicino alla New York Public Library dove, nella famosissima Rose Main Reading Room – vi sfido a non averla mai vista in un film o una serie TV – , sta per aprirsi un portale che collega l’Altromondo e la Terra delle Storie. Conner, insieme a Jack, Riccioli d’Oro, Bree e Cappuccetto Rosso, vola fino a New York per cercare di salvare la sorella e il mondo intero, il quale sta per essere invaso dall’Esercito Letterario, messo in piedi dall’Uomo Mascherato ed ora guidato da Capitan Uncino, la Regina di Cuori e la Malvagia Strega dell’Ovest dopo la dipartita del primo e da un’orda di streghe, stanche di dover dividere il mondo delle fiabe con le fate. Senza la magia di Alex dalla sua parte, Conner deve fare affidamento su se stesso e su alcuni personaggi che in questo sesto libro si rivelano essere tutto tranne che marginali, come le Abbraccialibri e sua madre Charlotte, per poter liberare sua sorella dalla maledizione e mettere in salvo New York e l’intero Altromondo.

La vera bellezza di questo libro, però, non sta tanto in ciò che succede all’interno della storia che, ad eccezione di qualche piccolo colpo di scena, è abbastanza prevedibile, ma nella cornice data dal prologo e dall’epilogo, di cui non vi svelerò nulla perché voglio che rimaniate stupiti così come è successo a me. Che poi non capisco come abbia fatto a rimanere così stupita da ciò che prologo ed epilogo contengono, dato che l’avevo all’incirca individuato all’inizio del secondo libro della serie, ma dettagli.

“Happily ever after isn’t a finish line, it isn’t a paradise, and it isn’t a phenomenon that makes all your dreams come true. Happily ever after is about finding happiness within yourself and holding on to it through any storm that comes your way”.

Al termine del libro, dato che Colfer si rivolge principalmente ad un’età media che si aggira intorno ai 10/12 anni, troviamo ciò che viene definito lieto fine, anche se non è proprio di quelli tradizionali da “E vissero tutti felici e contenti”. Vi spiego meglio: alla fine, tutti si ritrovano a vivere felici e contenti, ma realizzano anche che quello che hanno vissuto fino a quel momento è forse solo l’inizio di ciò che ancora li aspetta… Dopotutto, Dio solo sa quante avventure può riservare il futuro. E questa scelta dà un senso compiuto alla citazione di Orson Welles che si trova ad inizio libro e che recita “Se volete un lieto fine, questo dipende, naturalmente, da dove interrompete la vostra storia”. Perché fondamentalmente la storia viene interrotta proprio nel momento migliore, lasciando al lettore la possibilità di viaggiare con la propria fantasia ed  immaginare mille nuove avventure per i personaggi della storia.

Sono giunta alla fine della mia recensione e, forse suonerà strano da dire, ma sento come se si stesse chiudendo un capitolo della mia vita, iniziato nell’esatto momento in cui ho deciso di andare in libreria ad acquistare il primo libro di questa serie, che mi ha dato tanto e che si è presa tanto – soprattutto parecchie ore di sonno.

VOTO: ★★★★★ (ovviamente, lol)

In caso vogliate sapere cosa ne penso dei libri precedenti, vi lascio i collegamenti alle altre recensioni:

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