Recensione | Tartarughe all’Infinito

Titolo: Tartarughe all’Infinito
Autore: John Green
Pagine: 352
Editore: Rizzoli
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Trama: Indagare sulla misteriosa scomparsa del miliardario Russell Pickett non rientrava certo tra i piani della sedicenne Aza, ma in gioco c’è una ricompensa di centomila dollari e Daisy, Miglior e Più Intrepida Amica da sempre, è decisa a non farsela scappare. Punto di partenza delle indagini diventa il figlio di Pickett, Davis, che Aza un tempo conosceva ma che, pur abitando a una manciata di chilometri, è incastrato in una vita lontana anni luce dalla sua. E incastrata in fondo si sente anche Aza, che cerca con tutte le forze di essere una buona figlia, una buona amica, una buona studentessa e di venire a patti con le spire ogni giorno più strette dei suoi pensieri.

Recensione:
Tartarughe all’Infinito racconta la storia di Aza e della sua migliore amica Daisy, le quali si ritrovano ad indagare sulla scomparsa di Russell Pickett, famoso miliardario di cui Aza conosce il figlio, Davis. E, nonostante la trama sia questa e le vicende di Pickett facciano da sfondo all’intera storia, in realtà c’è molto di più: Aza soffre infatti di una malattia mentale, perennemente incastrata nelle spirali dei suoi numerosi e folli pensieri (che non si riveleranno altro che essere le famose tartarughe all’infinito durante un passaggio del libro), Daisy ha da sempre vissuto una vita di rinunce per via delle scarse disponibilità economica della sua famiglia e Davis, invece, è costretto ad assumere il ruolo di figura paterna per suo fratello minore Noah a seguito della scomparsa del padre. Immancabilmente, e proprio perché stiamo parlando di un autore come John Green, le vite di Aza e Davis finiscono per intrecciarsi in qualcosa che ha tutta la parvenza di essere una storia d’amore, anche quando questo implica lo scontro diretto tra il rapporto che entrambi vorrebbero e i problemi mentali di Aza, ai quali la ragazza crede non esista alcun rimedio.

Per quanto mi riguarda, ho apprezzato parecchio il libro, nonostante non sia il mio preferito di Green (quel posto è ancora riservato a Colpa delle Stelle, #sorrynotsorry). Devo però dire che, fin dalle prime righe, lo stile dell’autore è inconfondibile ed è terribilmente facile ritrovarsi a dire “Questo è stato scritto da John Green”, qualità più che ottima per continuare a distinguersi in un mondo dove ormai il genere young adult sta spopolando sempre di più in tutte le sue forme e derivazioni più strane. La malattia mentale poi, di cui ha sofferto anche Green stesso, viene trattata in maniera del tutto naturale ed affrontata in tutto il suo percorso: il lettore assiste a giorni tranquilli si alternano a giorni ben peggiori, alle numerose cadute momentanee che pian piano portano al fondo e alla credenza di non poter risolvere più niente e, infine, alla risalita e al miglioramento. E in una realtà (soprattutto una come quella americana) dove questo genere di disturbi viene denigrato, sottovalutato e additato con cattiveria, parlarne il più possibile può sempre essere utile a qualcuno, per far comprendere alla gente che non c’è nulla di sbagliato in loro se si trovano a dover combattere con un mostro del genere e che, invece, l’errore si trova nel resto del mondo che li tratta come se fossero reietti.

Il mio voto per questa lettura è di 3 stelle e mezzo.

3.5

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Recensione | Fandom – Saresti disposta a morire per la tua storia preferita?

Titolo: Fandom – Saresti disposta a morire per la tua storia preferita?
Autore: Anna Day
Pagine: 514
Editore: De Agostini
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Trama: Finalmente il gran giorno è arrivato, Violet è pronta. Pronta per incontrare gli attori che hanno portato sul grande schermo il suo romanzo preferito, La Danza delle Forche. Violet lo sa recitare a memoria, ne conosce ogni battuta. Se potesse esprimere un desiderio, chiederebbe di poterci vivere dentro ed essere Rose, la protagonista perfetta. Dovendo fare i conti con la realtà, Violet si accontenta di presentarsi all’evento come cosplayer di Rose e mettersi in fila per l’autografo dei suoi idoli. Soprattutto per quello dell’attore che interpreta Willow, l’eroe più bello di sempre – darebbe ogni cosa per far colpo su di lui. Proprio nel momento in cui il ragazzo si complimenta con lei per il suo costume accade qualcosa di inaspettato. Un terremoto. Urla. Il buio. Violet riapre gli occhi e qualcosa è cambiato. Le guardie corrono ovunque impazzite. Ma è solo quando un proiettile colpisce Rose e la ragazza cade a terra esanime che Violet capisce. Capisce che adesso non è più solo a un evento in costume per appassionati di fantasy. Adesso quella è la realtà. Adesso lei è dentro la storia e la protagonista del suo romanzo preferito è appena morta. Violet ora può fare solo una cosa: prendere il suo posto, ripassare le battute e vivere la storia fino alla fine… E sperare che tutto vada come è stato scritto.

Recensione:
Chi non ha mai desiderato diventare il/la protagonista di un libro, di un film o di una serie tv amata alla follia? Alzate le mani, avanti. Per quanto mi riguarda, io dovrei alzare anche entrambi i piedi, considerando quante volte ciò mi è accaduto. E Fandom racconta proprio di questo: di Violet e della sua passione per il libro La Danza delle Forche, passione talmente ardente e radicata in lei che, alla fine, la porteranno a prendere il posto dell’eroina delle vicende e a portare il libro verso il suo termine già prescritto.

L’idea di base del libro è sicuramente buona. Del resto, sono anni che le librerie sono invase da young adult distopici, pieni di eroi ed eroine formidabili, ma il fatto che una lettrice ed amante del genere si ritrovasse all’improvviso e contro la sua volontà a dover diventare una di loro ancora mancava. E questo, insieme all’idea vera e propria di finire all’interno del libro amato, mi ha spinto all’acquisto.

Devo però ammettere che mi aspettavo molto di più, quindi c’è una piccola punta di delusione in questa mia recensione. Per prima cosa, fino a circa metà libro le vicende non ingrano e più di una volta ho dovuto sospendere la lettura per via della noia. La ripetitività dei discorsi, come il continuo ricordare al lettore dell’esistenza del libro e del bisogno di seguirlo, oppure il continuo ricordare di Violet che suo fratello ha quattordici anni, è  davvero pesante a lungo andare (e sono certa che, togliendo almeno la metà delle ripetizioni, si cancellerebbero anche un centinaio di pagine).
L’ultima cosa che non ho apprezzato è stato il rapporto d’amicizia tra Violet ed Alice, che palesemente non è un rapporto d’amicizia sano. Quale migliore amica invidierebbe l’altra per il suo aspetto fisico o per la sua capacità di scrivere? Quale migliore amica metterebbe subito in dubbio il comportamento dell’altra senza nemmeno volere delle spiegazioni? Quale migliore amica prenderebbe in giro l’altra in compagnia di un’altra ragazza? Le migliori amiche dovrebbero sostenersi a vicenda in qualunque cosa, essere sempre dalla stessa parte a fare fronte comune e dire all’altra quando quella sta sbagliando, non criticarla alle spalle in compagnia di altre ragazze. Non c’è dubbio che nel loro rapporto ci sia qualcosa che strida e ho trovato molto più amiche Violet e Katie , che si conoscono relativamente da poco, piuttosto che Violet ed Alice.

Difetti a parte, credo sia arrivato il momento di evidenziare i pregi di questo libro. Oltre all’idea di base, di cui ho già parlato ad inizio recensione, è stato positivo vedere come l’universo alternativo de La Danza delle Forche sia in realtà molto più ampio rispetto a quanto scritto nel libro: i personaggi hanno infatti una vita vera e propria e risultano molto più strutturati di quanto lo siano all’interno del libro (cose che ha fatto stupire e non poco anche Violet stessa), così come l’aggiunta di particolari che nella storia base non erano presenti. Altra cosa interessante è stata l’utilizzo, in alcune (e purtroppo pochissime) parti, dello script delle battute che dovevano essere recitate per seguire e portare a termine il libro. Giocare questa carta qualche volta in più all’interno della narrazione sarebbe stato molto più appagante e avrebbe spezzato di più il corso degli eventi, diminuendo forse anche il senso di ripetitività.

In ogni caso, si tratta di un buon libro, ottimo per tenere compagnia durante un weekend oppure per qualche ora prima di andare a letto, per poter sognare di ritrovarsi in prima persona a vivere ciò che è successo a Violet.

Voto: ★★★

Recensione | La sottile arte di fare quello che c***o ti pare

Titolo: La sottile arte di fare quello che c***o ti pare – Il metodo scorretto (ma efficace) per liberarsi da persone irritanti, falsi problemi e rotture di ogni giorno e vivere felici
Autore: Mark Manson
Pagine: 150
Editore: Newton Compton Editori
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Trama: Per decenni ci hanno ripetuto che il pensiero positivo è la chiave per avere una vita intensa e felice. «Fan***o la positività», afferma Mark Manson. «Cerchiamo di essere onesti, ogni tanto le cose non vanno come avremmo voluto, ma dobbiamo imparare ad accettarlo». L’autore, blogger seguitissimo, dice le cose come stanno: una dose di cruda, rinfrescante, pura verità. Il concetto sostenuto nel libro, avvalorato da studi accademici e arricchito da aneddoti di vita reali, è che migliorare la nostra vita non dipende dalla nostra capacità di affrontare con falsa positività le difficoltà che incontriamo, ma dall’imparare a riconoscerle. Una volta che abbracciamo le nostre paure, i difetti, le incertezze, possiamo cominciare a trovare il coraggio, la responsabilità, la curiosità, e il perdono che cerchiamo. La sottile arte di fare quello che c***o ti pare è uno schiaffo in faccia a chi non vede l’ora di risvegliarsi da un triste torpore e vivere secondo le proprie aspirazioni.

Recensione:
Ritorno a quel genere di libro che potrebbe benissimo rientrare nella categoria degli strani manuali che promettono di cambiarti la vita. Anche se credevo fosse tutt’altro genere di libro leggendo il titolo. Quindi, abbiamo una pecca: titolo fuorviante – almeno per quello che riguarda me e il mio parere.
A parte questo, il libro si è rivelato abbastanza interessante. Infatti, come si comprende leggendo la trama (che è molto più indicata a descrivere il contenuto rispetto al titolo), esso invoglia il lettore ad abbracciare le proprie paure, i difetti, le incertezze per cominciare a trovare il coraggio, la responsabilità, la curiosità e il perdono che cerchiamo. E fa tutto questo attraverso numerosi e semplici esempi, nei quali non risulta per niente difficile impersonarsi, sia perché si tratta di situazioni che la maggior parte delle persone può facilmente vivere nella propria vita, sia perché rimangono in ogni caso sul generico e quindi sono adattabili a situazioni più disparate in base alla psicologia di colui che legge il libro.
In generale, trovo che sia utile leggere libri del genere di tanto in tanto. Soprattutto quando ci si trova in una situazione di stallo o quando si stanno valutando le carte che il mazziere della vita ci ha dato a disposizione, perché aiutano a vedere ciò che già conosciamo da una nuova e non ancora valutata prospettiva, perché aiutano a capire cosa sia davvero importante per noi e cosa invece possiamo lasciare andare.

Voto: ★★★

Recensione | La forma dell’acqua – The Shape of Water

Titolo: La forma dell’acqua – The Shape of Water
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2017
Genere: fantastico, sentimentale, drammatico
Cast: Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer, Nick Searcy, David Hewlett, Lauren Lee Smith, Morgan Kelly
Trama: A causa del suo mutismo, l’addetta alle pulizie Eliza si sente intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine, specchiandosi negli sguardi degli altri si vede come un essere incompleto e difettoso, così vive la routine quotidiana senza grosse ambizioni o aspettative. Incaricate di ripulire un laboratorio segreto, Eliza e la collega Zelda si imbattono per caso in un pericoloso esperimento governativo: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide, tenuta in una vasca sigillata piena d’acqua. Eliza si avvicina sempre di più al “mostro”, costruendo con lui una tenera complicità che farà seriamente preoccupare i suoi superiori.

Recensione:
Candidato a 13 premi Oscar e vincitore de Il Leone d’Oro per il miglior film alla 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film racconta la storia di Eliza Esposito, una donna affetta da mutismo che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo. La sua condizione la rende schiva verso il resto del mondo, un po’ come se vivesse dentro una bolla e, ad eccezione di lei, gli unici che vi hanno accesso sono la sua collega di lavoro Zelda e l’inquilino Giles. Durante un turno di lavoro, Eliza e Zelda vengono incaricate di ripulire un laboratorio all’interno del quale si trova una strana creatura umanoide catturata in Amazzonia, dove veniva venerata come un dio. Fin da subito risulta evidente l’interesse che la creatura scatena in Eliza, tant’è che tra i due nasce una dolce amicizia a colpi di uova sode, linguaggio dei segni e musica.

Grazie alle due ore di pellicola a disposizione, lo spettatore si immerge letteralmente nel piccolissimo mondo di Eliza, formato dal suo lavoro come addetta alle pulizie e dai suoi due unici amici, Zelda e Giles. Ci vogliono davvero poche scene per rendersi conto che Eliza non è come gli altri e che il suo essere muta (le è stata asportata la laringe in tenera età) la condiziona e non poco. Fortunatamente però, per ogni cosa che ci viene tolta, arriva nella nostra vita qualcosa di migliore, rappresentata in questo caso dalla creatura umanoide con cui Eliza si sente subito in sintonia e stringe amicizia.
Non è immediato il tuffo nell’universo fantastico e a tratti grottesco disegnato da Guillermo del Toro, da sempre amante dei mostri e delle storie che riescono ad impaurire e incantare allo stesso tempo, ma ne vale la pena perché, al di là dell’elemento fantasy rappresentato dalla creatura umanoide, ci si trova di fronte ad una storia che, anche se non proprio ordinaria, è ricca di dolcezza in ogni sua forma.

Personalmente, non sono rimasta pienamente affascinata dal film, ma posso comunque dire senza problemi che mi è piaciuto parecchio. L’unica cosa che non ho apprezzato è stato il risvolto fisico della relazione tra Eliza e la creatura umanoide. Avrei preferito che i sentimenti trattati rimanessero sul platonico, anziché svilupparsi in maniera alquanto improbabile a livello fisico. Ma, alla fine dei conti, siamo in un fantasy e tutto è concesso.

Voto: ★★★ e ½

Recensione | Doctor Strange

Titolo: Doctor Strange
Regia: Scott Derrickson
Anno: 2016
Genere: Azione, fantastico, avventura
Cast: Benedict Cumberbatch, Chiwetel Ejiofor, Rachel McAdams, Benedict Wong, Michael Stuhlbarg, Benjamin Bratt, Scott Adkins, Mads Mikkelsen, Tilda Swinton
Trama: Doctor Strange racconta la storia del neurochirurgo di fama mondiale Stephen Strange, la cui vita cambia per sempre dopo che un terribile incidente automobilistico lo priva dell’uso delle mani. Quando la medicina tradizionale si dimostra incapace di guarirlo, Strange è costretto cercare una cura in un luogo inaspettato: una misteriosa enclave nota come Kamar-Taj. Scoprirà presto che non si tratta soltanto di un luogo di guarigione ma della prima linea di una battaglia contro invisibili forze oscure decise a distruggere la nostra realtà. Presto, Strange imparerà a padroneggiare la magia e sarà costretto a scegliere se fare ritorno alla sua vita agiata o abbandonare tutto per difendere il mondo e diventare il più potente stregone vivente.

Recensione:
Stephen Strange è un neurochirurgo di fama mondiale e una delle persone più odiose al mondo. Egocentrico, pieno di sé e convinto di essere il migliore in ogni cosa che fa, si vede il mondo cadere addosso nel momento in cui rimane coinvolto in un incidente d’auto e i nervi delle sue mani, quelle con cui si è costruito la carriera, rimangono gravemente danneggiati. Tra lunghi periodi di degenza e sette interventi chirurgici per riacquistare l’utilizzo delle mani, finisce per imbattersi nella storia di un uomo di nome Pangborn, un paraplegico che è misteriosamente in grado di camminare. Ed è lui ad indirizzarlo verso Kamar-Taj, il luogo che lo ha aiutato nel suo processo di guarigione.
Senza avere ormai più nulla da perdere, Stephen Strange parte per Kamar-Taj dove, attraverso gli insegnamenti dell’Antico, un potente stregone immortale che insegna le arti mistiche ai suoi allievi, viene a conoscenza del mondo della magia e delle dimensioni alternative e impara ad averne a che fare, nonostante l’iniziale diffidenza.

Come già detto in apertura, Stephen Strange è una delle persone più odiose al mondo. Eppure, non ho potuto provare empatia per lui nel momento in cui perde l’uso delle mani e il mondo gli crolla totalmente addosso. Insomma, immaginate per un momento di perdere la cosa più importante della vostra vita, quella con cui vi identificate di più e che fa di voi ciò che siete… Ecco, come vi sentireste? È questo ciò che ha scatenato in me la visione della prima parte del film, nonostante lui fosse ancora la stessa persona dell’inizio.
È l’arrivo a Kamar-Taj a cambiarlo nel profondo, nel momento in cui acconsente di farsi insegnare a padroneggiare la magia. Si trova infatti costretto a mettere da parte il suo ego e la sua avversione nei confronti della spiritualità (dopotutto è sempre un medico, come biasimarlo) se vuole aprire un portale per tornare indietro dopo che l’Antico l’aveva portato con sé sull’Everest e non rischiare di morire per assideramento. E ci riesce diventando, da quel momento in avanti, Doctor Strange a tutti gli effetti.

Voto: ★★★★ e ½

Recensione | Wonder

Titolo: Wonder
Autore: R.J. Palacio
Pagine: 288
Editore: Giunti
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Trama: È la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno Augustus durante l’anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo. Il libro è diviso in otto parti, ciascuna raccontata da un personaggio e introdotta da una canzone (o da una citazione) che gli fa da sfondo e da colonna sonora, creando una polifonia di suoni, sentimenti ed emozioni.

Recensione:
Dopo aver passato i primi dieci anni della sua vita diviso tra casa ed ospedale per via della deformazione facciale che lo accompagna fin da quanto è nato, per Auggie è giunto il momento di compiere i primi passi da solo nel mondo. E quale modo migliore per farlo se non cominciare col frequentare una vera scuola al posto delle lezioni casalinghe della mamma, che tra l’altro non se la cava nemmeno così bene nello spiegare come funzionano le frazioni? Inizialmente, Auggie non risponde bene alla decisione dei suoi genitori di mandarlo a scuola ma, dopo aver conosciuto Jack, Julian e Charlotte, ci ripensa ed accetta. Inizia così un anno ricco di sfide per Auggie, in grado di farlo crescere, maturare e fargli capire com’è davvero il mondo al di fuori del dolce e confortante nido familiare.

Il libro è diviso in otto parti, ognuna delle viene è raccontata da un personaggio diverso della storia ed introdotta da una canzone o da una citazione. Ho apprezzato molto questa volontà di dividere la storia perché, se da una parte è vero che vivere con una deformazione facciale non è facile, è anche vero che nemmeno vivere a stretto contatto con una situazione del genere lo è. Questo emerge bene soprattutto nella parte di libro di Via, la sorella di Auggie, fin da sempre abituata ad essere messa in secondo piano dai genitori a causa dei problemi ben più gravi del fratello.

La lettura non è assolutamente complicata, anzi. L’età dei personaggi attraverso cui viene filtrata la storia va infatti dagli undici ai quattordici anni e mettere in bocca parole troppo mature a personaggi così giovani non avrebbe avuto alcun senso logico. Le pagine scorrono velocemente, nonostante la formattazione della versione cartacea non sia delle migliori. Più e più volte infatti, durante la lettura, dovevo fermarmi per far riposare gli occhi almeno per un attimo prima di proseguire.

Dal libro è stato tratto un film dal titolo omonimo, con protagonisti Jacob Tremblay, Julia Roberts e Owen Wilson.

Voto: ★★★ e ½

Recensione | Thor: Ragnarok

Titolo: Thor: Ragnarok
Regia: Taika Waititi
Anno: 2017
Genere: Azione, fantastico, avventura, fantascienza
Cast: Chris Hemsworth, Tom Hiddleston, Cate Blanchett, Idris Elba, Jeff Goldblum, Tessa Thompson, Karl Urban, Mark Ruffalo, Anthony Hopkins
Trama
: Per intervenire a difesa del pianeta Terra e dei suoi abitanti, il vanaglorioso principe di Asgard Thor ha messo da parte i nobili natali, la discendenza aliena e i conflitti familiari con Loki, atterrando puntualmente con un tonfo al fianco dei colleghi Avengers tutte le volte che ce n’è stato bisogno. Dopo averlo visto sfidare i componenti più forti della squadra a sollevare il leggendario Mjöllnir, e gongolare nella consapevolezza di essere il solo degno di brandirlo, un potente nemico in gonnella si fa avanti per raccogliere la sfida e disintegra il martello sotto gli increduli occhi del proprietario. La perfida Hela, tornata in libertà dopo millenni di prigionia, minaccia di scatenare la sua ira sul regno di Odino, e l’unico guerriero in grado di fermarla e scongiurare il Ragnarok è disarmato e imprigionato dall’altra parte dell’universo. Indebolito dallo scontro con Hela, Thor è finito nelle mani del Gran Maestro, un avido burattinaio il cui passatempo preferito è far duellare forme di vita inferiori dentro un’arena intergalattica. Ma l’avversario che la sorte riserva al dio del tuono è una vecchia conoscenza, lo scienziato Bruce Banner, nella versione più grossa e arrabbiata. Dopo qualche scaramuccia ai fini dello spettacolo, il “collega di lavoro” Hulk si rivelerà un alleato prezioso per salvare dalla distruzione l’intera civiltà asgardiana.

Recensione:
Nella speranza di recuperate tutti i film del Marvel Cinematic Universe in vista dell’uscita, prevista per aprile, di Avengers: Infinity War, la scorsa notte ho deciso di guardare finalmente Thor: Ragnarok, uscito in Italia lo scorso novembre. Premettendo che non sono amante di Thor, che ho sempre reputato troppo montato e troppo viziato per i miei gusti (#TeamLoki e scusate se è poco), il film mi è davvero piaciuto e non mi ha annoiata nemmeno per un istante, riuscendo sempre e comunque a catturare la mia attenzione.

La storia si apre con Thor che racconta di come, nei due anni successivi agli avvenimenti di Avengers: Age of Ultron, non abbia fatto altre che andare alla ricerca delle Gemme dell’Infinito, finché non è caduto prigioniero del demone Surtur. Da quest’ultimo, Thor scopre che suo padre Odino non è più ad Asgard e che sta per scatenarsi Ragnarok, ovvero la distruzione di Asgard: basta infatti che Surtur unisca la sua corona con la Fiamma Eterna che si trova al di sotto di Asgard per imboccare una strada senza ritorno. Ed il buon Thor, da amante della patria qual è, sconfigge Surtur, nella convinzione di aver salvato Asgard da morte certa.
Thor torna ad Asgard e scopre che Loki è vivo e finge di essere Odino. Lo convince quindi ad andare sulla Terra alla ricerca del padre, che rintracciano in Norvegia grazie all’aiuto di Dottor Strange. Trovato Odino, i due fratelli vengono a conoscenza di come il padre sia prossimo alla morte e che quest’ultima libererà dalla sua prigione loro sorella Hela, la Dea della Morte. Odino muore, Hela è libera e distrugge il Mjolnir prima di reclamare il trono di Asgard e scaraventare i due fratelli nello spazio.

Quanto appena detto è ciò che accade all’incirca nei primi quaranta minuti di film, che in totale ha una durata di due ore e dieci minuti. Ciò che succede nella restante parte non ve la svelo, altrimenti che gusto ci sarebbe a guardarlo? Sappiate solo che è un film davvero ben fatto, sia a livello di effetti speciali che a livello di trama. Si scopre finalmente dove sia finito Hulk, grande assente in Captain America: Civil War, e vengono introdotti nuovi personaggi che spero di rivedere in futuro. A parere mio (ma anche di quello della critica) è il film meglio riuscito della trilogia di Thor, contornato da un’ottima interpretazione da parte del cast e da tanto, tanto umorismo.

Voto: ★★★★★

Recensione | The King and The Criminal

Titolo: The King and The Criminal
Autore: Charlotte Ashe
Pagine: 300
Editore: Interlude Press
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Trama: Cosa succede quando finisce la favola, ma il viaggio continua? Il secondo libro della serie The Heart of All Worlds vede Sehrys e Brieden vivere pacificamente a Khryslee. Ma quando il Re Firae trasgredisce ad un antico e incantato patto attraversando il Confine a Villalu in cerca di un criminale condannato, Sehrys è costretto a ricoprire il ruolo per il quale era stato addestrato. Nel frattempo, Firae deve affidarsi al criminale che stava cercando per tornare a casa vivo, un uomo che sua madre ha esiliato tempo fa, che risveglia qualcosa nel suo cuore, qualcosa di più forte persino dei suoi doveri giurati come re. Mentre ogni uomo lotta per comprendere il proprio destino, la propria devozione e il proprio lascito, una verità più profonda e più urgente finisce per emergere: il loro mondo è molto più pericoloso di quanto credono ed ognuno di loro gioca un ruolo fondamentale nel suo destino.

Recensione:
A seguito della piacevole scoperta fatta nel 2017 riguardo questa serie di libri, finalmente sono riuscita a mettermi in pari e a recuperare anche il secondo volume (se volete saperne di più del primo, The Sidhe, cliccate qui).
Le vicende prendono luogo circa un anno dopo la fine del primo libro. Ritroviamo quindi i protagonisti principali della storia fin dove la conosciamo, Sehrys e Brieden, che hanno messo su casa a Khryslee, l’unico posto al mondo in cui vengono contemplate le unioni tra umani e sidhe. I veri protagonisti di questo secondo libro sono però Tash e Firae, due sidhe con ruolo marginale all’interno del libro precedente, e le gemelle Brissa e Cliope Keshell.
Tutto comincia con il Cammino dell’Anima (una tradizione sidhe che contempla la visita al tempio di una delle divinità che vengono venerate dagli elfi e la meditazione profonda, tutto per essere sicuri di essere pronti al matrimonio) di Firae, in cui lo sidhe realizza di doversi prima di tutto occupare di importanti questioni politiche. Al di là del Confine, infatti, c’è uno sidhe che sta aiutando due sorelle a decifrare una pergamena che potrebbe eliminare la netta divisione tra Villalu (mondo umano) e Laesi (mondo sidhe). Firae intraprende quindi un viaggio in completa solitudine per andare alla ricerca di questo sidhe, lasciando il suo regno nelle mani di Sehrys.
Per l’intero libro, l’attenzione del lettore viene focalizzata sulla coppia formata da Tash e Firae, lasciando a Sehrys e Brieden pochi (ma buoni) capitoli. E, devo confessare, questo shift non mi è dispiaciuto per niente. Fin da subito è infatti evidente che tra i due ci sia qualcosa, qualcosa di molto di più del fatto che uno sia alla ricerca dell’altro perché al mondo ci sono faccende pericolose nelle quali è meglio non mettere il naso. Ci ho impiegato davvero poco ad affezionarmi ad entrambi, con i loro difetti, i loro punti di forza e i loro segreti condivisi con l’altro (e con il lettore) mano a mano che le vicende si susseguono.
Esattamente come nel primo libro, l’amore è un punto cardine anche di questo. Ad esso si aggiungono poi l’azione e l’intrigo.
Non vedo l’ora di leggere il prossimo libro della serie (in uscita quest’anno, anche se ancora non si conosce la data precisa) per saperne di più sui personaggi che ancora non hanno ricevuto adeguato spazio durante la narrazione e per conoscere il continuo della storia.

Voto: ★★★★★

Recensione | MINDHUNTER

Nelle ultime settimane e molto ma mooooolto lentamente ho recuperato un’altra serie tv targata Netflix, disponibile sulla famosa piattaforma di streaming dallo scorso 13 ottobre. Sto parlando di MINDHUNTER, che ho apprezzato davvero tanto.

Risultati immagini per mindhunter locandinaNel caso qualcuno tra voi lettori non abbia la minima idea di cosa io stia parlando, vi basta sapere sapere che racconta la storia di due agenti dell’FBI che, alla fine degli anni ’70, decidono di dare una spinta alla criminologia scavando nella psicologia degli assassini più famosi di quell’epoca. E, dato che l’ho appena scoperto anche io durante la stesura del post, la serie è basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas.
Ora come ora, MINDHUNTER ha all’attivo una sola stagione composta da dieci episodi. Ne è però prevista una seconda, che ha ricevuto il via addirittura a marzo 2017, ben sette mesi prima che venisse rilasciata la prima.

Come già detto all’inizio del post, ho visto la serie molto lentamente. E non l’ho fatto perché non mi piacesse o perché mi sentissi obbligata a guardarla fino in fondo dato che ormai l’avevo cominciata, anzi. La mia è stata una scelta ponderata, dovuta al modo in cui produttori e registi hanno decido di costruire le vicende che, nell’arco dei dieci episodi, vengono presentati allo spettatore.
Se non fosse già piuttosto intuibile dalla trama, MINDHUNTER è una serie tv di carattere prettamente psicologico. Non succede niente di eclatante per tutta (o quasi) la sua durata ed è proprio questo il suo punto forte, in grado di distinguerla dalle tante altre serie tv di Netflix. Tutto rimane sul livello della psicologia, fatta eccezione per quelle poche applicazioni della teoria alla pratica che Holden Ford (interpretato da Jonathan Groff) fa alla vita reale ed ai casi di omicidio con cui si trova ad avere a che fare, raggiungendo risultati più che soddisfacenti sotto ogni punto di vista.

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MINDHUNTER è un viaggio all’interno della mente umana, in grado di far emergere i lati più oscuri, più crudeli e più temibili di essa. Attraverso lunghi ed estenuanti interrogatori, chiacchierate profonde ed indelebili con i più temibili serial killer degli anni in cui sono ambientate le vicende (Edmund Kemper e Jerry Brudos giusto per fare due nomi) e ricostruzioni dei crimini, la serie riesce ad incantare lo spettatore in una maniera in cui poche altre serie sanno fare. Sarà difficile non impazzire, credetemi.

Recensione | The Greatest Showman

Buon pomeriggio!
Quest’oggi parliamo di un film che ho visto nei giorni scorsi e che, se non sbaglio, è ancora disponibile al cinema (anche se penso che ormai verrà tolto dalla programmazione), seppure io l’abbia visto in streaming dato che nessuno voleva venire con me dato che si tratta principalmente di un musical, biografico in parte e per alcuni aspetti anche drammatico. Sto parlando di The Greatest Showman, film del 2017 che vanta nel cast attori come Hugh Jackman, Michelle Williams e Zac Efron.

Il film racconta di P.T. Barnum (interpretato da Hugh Jackman) che dopo essere stato licenziato a causa della bancarotta dell’azienda presso cui lavora, prende in mano la sua vita e si risolleva da solo, diventando un impresario circense sempre alla ricerca delle più grandi stranezze. Non a caso, infatti, entrano a far parte personaggi come nani, donne barbute, gemelli siamesi e uomini più alti del mondo, oltre ai classici animali esotici presenti in ogni genere di circo. Dopo essere entrato in affari con Phillip (interpretato da Zac Efron), giovane e promettente drammaturgo, P. T. Barnum si lancia nella creazione ambiziosa di un circo a tre piste, quattro palcoscenici e ben ventimila posti a sedere.

Personalmente, devo confessare che molto prevenuta su questo film per via della delusione ricevuta lo scorso anno da La La Land, che non mi è piaciuto per niente e che mi ha annoiata a morte dall’inizio alla fine. Per questo ho lasciato che l’idea di vederlo entrasse nel mio cervello con i piedi di piombo, proprio perché non volevo prendere un altro granchio. E, sia ringraziato il Cielo (o chiunque preferiate voi), tutto questo non è successo. Non so se sia perché Hugh Jackman è sempre una garanzia in qualunque ruolo reciti, non so se sia perché ho una cotta tremenda per Zac Efron dai tempi di High School Musical, non so se sia per la colonna sonora che ricorda quella trascinante di Mouline Rouge! (mantenendo comunque una struttura musical più classica), non so se sia per i messaggi che la pellicola tenta di trasferire allo spettatore (tolleranza ed accoglienza verso ogni tipo di diversità e i diversi equilibri della vita, quali l’amore e la carriera)… Ma ho amato questo film in ogni sua parte.