Musica · Recensioni

Made In The A.M.

Ci siamo, il grande giorno è finalmente arrivato e Made In The A.M. degli One Direction è uscito. Tralasciando il fatto che, come ogni anno ormai, è stato leakeato – 1D, non ce la potete proprio fare, oh – e che si è guadagnato per questo il nome di Leak In The A.M. da parte mia, è un bell’ album. Nessuna traccia riesce a farmi dire no, questa non mi piace”. Mi piacciono tutte, comprendete? Chiaro, ci sono quelle che preferisco di più rispetto alla altre ma, se devo decidere quella che proprio non mi piace non ne sono in grado. Sono stati proprio i 1D i primi a farmi un album in cui mi piacciono tutte le canzoni, dalla prima all’ultima. Sono così contenta di questa cosa e mi piace così tanto che più di una volta mi sono fermata a riflettere e a domandarmi la stessa cosa che questo post di Tumblr si chiede:

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Prima di partire con le tracce, una piccola curiosità sul titolo, che però non so quanto possa essere attendibile. Quando è stato comunicato, penso sia venuto spontaneo a tutti pensare che A.M. stesse per ante meridiem per via della notazione 12h che viene utilizzata in UK e per via del fatto che ormai è risaputo che i 1D lavorino ai loro album nelle ore notturne mentre sono in tour per il mondo. Successivamente, ho poi letto su Twitter – e qui mi ripeto, la cosa potrebbe essere completamente inattendibile – che Liam avrebbe detto che A.M. starebbe in realtà per aftermath, parola che indica le conseguenze di uno spiacevole evento, facilmente identificabile nella dipartita di Zayn. Poi vabbé, ci sono io che ho sempre pensato che A.M. stesse per after Malik, ma questa è un’altra storia.

Apre il disco Hey Angel, traccia che Harry ha descritto come simile a Clouds e… La somiglianza si nota, anche se Hey Angel è nettamente superiore – non sono un’amante di Clouds, perdonatemi. Il ritmo è catchy e anche il cantato, infatti già dopo il primo ascolto giravo per casa canticchiandola/fischiettandola come una perfetta idiota. Anche i continui cori in background entrano subito in testa, inutile negarlo. Molto bello il bridge, in cui la velocità del cantato aumenta e questo permette di distinguerlo bene dal resto del testo. Le voci dei Lilo – per chi non fosse del fandom, i Lilo sono Liam e Louis – si amalgamano bene, anche se stanno ai poli opposti. L’unica pecca è che alcuni punti la voce di Louis sparisce completamente, scavalcata da quella di Liam. Forse in post produzione avrebbero dovuto alzare un po’ di più quella del primo e abbassare appena quella del secondo, in modo che si sentissero entrambe alla stessa maniera per tutta la durata del bridge.

Drag Me Down è la seconda traccia, così come è stato il primo singolo. Ricordo ancora il trauma di essermela trovata tra le mani così all’improvviso, senza alcun avviso da parte di nessuno. E niente, la adoro. Quel noboby can drag me down” è diventato uno dei miei mantra preferiti. Se volete sapere altro su quello che pensò di questa traccia, andate qui.

Terza traccia e secondo singolo, Perfect. Partenza in sordina con Louis, per poi aprirsi durante il pre-chorus, fino al ritornello cantato da Harry. Ed è proprio Harry il lead singer di questa traccia, terribilmente simile a Style di Taylor Swift. Coincidenze? Non credo. È una bella canzone, anche se all’inizio dai piccoli sneak non le avrei dato uno spicciolo.

Infinity è la traccia che ha permesso a tutto il fandom di farsi un’idea su cosa aspettarsi da questo disco dopo Drag Me Down. Rilasciata anche questa a tradimento, creando non poco scompiglio, mi ha subito colpito. È una mezza ballad, dal ritmo comunque incalzante e non eccessivamente smorto. Lo strumentale che collega le due parti della canzone non mi entusiasma per via dei suoi troppo elettronici e mi ricorda molto quello di You & I.

La quinta traccia è End Of The Day. Senza dubbio, la cosa che salta subito all’occhio – o dovrei dire all’orecchio? – è il continuo cambio di ritmo. Solitamente non apprezzo questo genere di cose, dato che si finisce quasi sempre per valorizzare di più le strofe rispetto al ritornello, un po’ come ai 1D era già successo con Back For You – che, per la cronaca, non mi piace proprio. Invece qui è tutto interessante: parte in un modo, poi te ne tira fuori un altro quando pensi di aver già capito l’intera struttura della canzone e poi un altro ancora. Il bridge è tutto di Louis, che lo conclude con una bella nota alta… La prima volta che l’ho sentita ho pensato di avere delle allucinazioni uditive e ho rimandato indietro la traccia, incredula. Ci sono voluti cinque anni e cinque album, ma ora anche Louis ha le sue note alte. Finalmente.

Siamo arrivati al gioiellino dell’album, aka If I Could Fly. Ballata intensa e matura, quasi completamente piano e voce. Impossibile non innamorarsene fino dal primo ascolto – se non vi è successo siete delle brutte persone – , così come è impossibile non trovare somiglianze nel giro di accordi con canzoni come Angels di Robbie Williams o Can You Feel The Love Tonight di Elton John. E qui voglio mettere bene in chiaro che non sto assolutamente criticando questa somiglianza, anzi. Alla fine le note sono solo sette e spesso nella musica pop si usano sempre gli stessi accordi e gli stessi giri di note, quindi è difficile creare qualcosa che non somigli a nulla di già sentito in precedenza. Per il resto, le voci si amalgamano e si alternano tra loro in maniera naturale, come hanno sempre fatto, ma tutto sembra più magico in questa canzone. In sottofondo si sentono finalmente degli archi – cinque anni per scoprirne la loro esistenza, complimenti – , che creano una sorta di tappeto per tutto il resto. È una delle mie preferite, senza dubbio. Ed ogni volta che la sento non posso non pensare al fatto che non facciano alcun tour per questo album senza soffrire come un cane perché, probabilmente, non sentirò mai questa canzone dal vivo, ma poi mi consolo con il fatto che non l’avrebbero comunque inserita in scaletta anche in caso di tour, dato che è questa la fine che fanno le belle canzoni nelle loro mani. Perle ai porci.

Long Way Down è forse la traccia che mi piace di meno dell’intero album. Ha un bel ritmo ed un bel cantato, capiamoci, ma resta molto anonima. Non esplode nel ritornello, come invece fanno tutte le altre. Carina, ma un po’ troppo piatta.

Un’altra delle mie tracce preferite è Never Enough. Ecco, qui vorrei dire un sacco di cose, ma sono tutte molto brutte. Cioè, non brutte nel senso di brutte verso la canzone, ma di brutte. Sì, lo so che non mi avete capito, ma fingete di averlo fatto. Grazie. Ritmo che vira di un poco verso il blues, senza però abbandonare il classico sound della band. Anzi, vengono fusi insieme ed il risultato è decisamente accettabile. Appunto speciale per Liam che, nel giro di 3.33 minuti di canzone mi fa esplodere tutti gli organi interni uno dopo l’altro ogni volta che apre bocca. E quando dico tutti, intendo proprio tutti. Ascolterei questa canzone per il resto della mia vita, 24/7. Too much is never enough.

Siccome Georgia Rose e Diana non bastavano, ora abbiamo anche Olivia, che è un po’ la Girl Almighty di questo disco, anche se non hanno nulla in comune. È sbarazzina, simpatica e piacevole all’ascolto. Anche qui ti ritrovi a canticchiarla fin dal primo ascolto e non si riesce più a smettere. Che stregoneria è mai questa.

Tuffo palese nel passato con What A Feeling, pezzo dalle sonorità molto anni 70/80, da ballare come se ci si trovasse in La Febbre Del Sabato Sera. Le voci risaltano alla perfezione e rimbalzano sul beat della base. Fa molto Puttan Pop come pezzo e, se l’avesse tirato fuori dal cappello una Ariana Grande oppure una Katy Perry, sarebbe senza alcun dubbio accompagnato da un videoclip girato a bordo piscina, sulla sdraio e con un cocktail da sorseggiare tra un verso della canzone e l’altro. Tutto questo non esclude il fatto che il mio cervello mi faccia immaginare i 1D nella stessa situazione, #justsaying.

Love You Goodbye è un’altra delle tracce che più preferisco. Non sono molto per questo genere di canzoni di solito – per dire, sono più per una Never Enough che per una Love You Goodbye – , ma questa ha qualcosa che non riesco ad ignorare e che le ma fa piacere davvero tanto. È sentita da parte di tutti e quattro ed il cuore mi si stringe sempre un po’ quando la ascolto. Ha sonorità che ricordano molto i primi album della band, così come l’intera canzone ricorda un po’ Apologize degli One Republic. Abbiamo un’altra nota alta di Louis, per la quale sia io che il resto del fandom ringraziamo tutti gli dei esistenti.

La canzone più intima dell’intero album è I Want To Write You A Song. Trovo che sia di una dolcezza infinita, che trasudi miele da ogni verso. Tenera l’idea di scrivere una canzone sulla voglia di scrivere una canzone – chiedo perdono per il gioco di parole, ma non saprei come altro spiegare in breve il senso della canzone. In sottofondo si sente il rumore della punta della penna/matita che gratta sulla carta – cosa che all’inizio non avevo capito, tant’è che pensavo che la traccia fosse disturbata – , come se ogni verso scritto prendesse poi vita attraverso la canzone, oppure come se ogni verso cantato si imprimesse automaticamente sulla carta. È una ninna nanna dolcissima e tenerissima, per cui è impossibile non sciogliersi come neve al sole.

Impossibile ascoltare History senza cominciare a battere le mani a tempo dopo appena 0.2 secondi dall’inizio della traccia. Adorata fin dal primo ascolto perché la base lascia spazio ai loro timbri di voce e li fa risaltare – vorrei un disco con tracce tutte come il genere di questa, grazie. Hanno affermato che sia per noi fan e che, proprio per questo, abbiano voluto coinvolgere alcuni fan per il finale della canzone, per creare un vero e proprio effetto corale. Impossibile però non pensare anche alla possibilità che possa fare riferimento a Zayn, dato che uno dei versi della canzone è thought we were going strong, I thought we were holding on e che Zayn, in Strong, canti appunto Ill always hold on cause you make me strong.

Temporary Fix è la versione 2.0 di No Control, sia per il testo che per la musica. Sostanzialmente, parla di una delle classiche relazioni friends with benefits. Niall – che da quello che ho capito dovrebbe figurare tra gli autori del brano – ha detto che non è un testo autobiografico, ma che il pezzo esterna solo qualcosa che voleva dire. E io gli rispondo con Chiedi e ti sarà dato, Horan.

Se avevo qualche dubbio sul fatto che History potesse fare riferimento a Zayn, con Walking In The Wind non ne ho nessuno. Trovo che nel testo siano presenti troppi riferimenti perché la cosa possa essere casuale. Per il resto, il pezzo ha sonorità che mi ricordano molto brani come Story Of My Life oppure Ready To Run, quindi avrebbe potuto benissimo figurare in uno dei loro lavori precedenti. Questo non toglie in fatto che sia una traccia che apprezzo molto.

Anche Wolves si rifà molto alle sonorità dei lavori precedenti e non aggiunge nulla di nuovo o di mai sentito al lavoro nel suo complesso. La voce di Harry, che è decisamente il lead singer anche di questa canzone, rimbalza meravigliosamente sulla base, sia nelle strofe che nel ritornello. Ed il modo in cui dice wolves è tipo tutto. Simpatici i vocalizzi di backgroung sulla u, come ad emulare l’ululato del lupo, appunto. Bello anche il glissando, sempre sulla u, del ponte, seguito da quei pochi secondi in cui armonizzano acappella.

Chiude l’album A.M., traccia che dà il nome all’intero album. Penso sia un po’ bizzarro il fatto di includerla nella versione deluxe e non in quella ordinaria – che di conclude con History – , ma sono scelte. È un pezzo prevalentemente chitarra e voce, ottimo per chiudere l’album, a cui mi sono da subito affezionata per motivi personali.

Come già detto in apertura del post, è un album che mi piace molto. È il primo lavoro da quando sono in quattro e, bisogna ammetterlo, gli One Direction sono tutt’altro che finiti almeno al momento. Hanno ancora molto da dire e spero che continuino a farlo anche dopo la pausa – meritata – che stanno per prendersi. Temevo di percepire molto di più la mancanza di Zayn durante l’ascolto dell’album, ma devo confessare che questo non è accaduto. Anzi, trovo che la sua dipartita abbia lasciato più spazio alle voci degli altri quattro, quella di Louis più di tutte. E poi Zayn ha lasciato per andare a fare un altro genere di musica – di cui non vedo l’ora di venirne a conoscenza – , più vicino ai suoi gusti e al suo modo di cantare. Alla fine della storia, hanno vinto entrambe le parti.

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